Lo hanno convocato per annunciargli il
taglio netto d'ufficio del 20% delle già misere tariffe. O prendere
o lasciare. Lui, garbatamente, ha declinato la proposta e si è
dimesso, per salvare la dignità umana e professionale che non hanno
prezzo. Due amici e colleghi fotoreporter – come lui – per
evitare che rimanesse disoccupato hanno deciso di proporre un
ulteriore taglio delle loro di tariffe rispetto al 20% imposto anche
a loro a patto che la differenza venisse utilizzata per garantire un
compenso maggiore a lui. E' successo in un importante gruppo
editoriale lombardo, non quello per il quale lavoro io. Quello che è
successo segna la differenza tra chi la crisi e gli errori li fa
pagare sempre solo a chi lavora – dipendenti e non, come nel caso
dei fotografi - e chi, in un sussulto incredibile di solidarietà e
umanità, è disposto a rinunciare ulteriormente del proprio per
“salvare” un collega, senza clamore.
venerdì 2 gennaio 2015
venerdì 28 novembre 2014
Se questo è un... giornalista
Voi che leggete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate uscendo al mattino
l'edicola e il giornale:
considerate se questo è un giornalista
che lavora nel fango che non conosce ore
che lotta per un articolo
che scrive per otto euro.
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate uscendo al mattino
l'edicola e il giornale:
considerate se questo è un giornalista
che lavora nel fango che non conosce ore
che lotta per un articolo
che scrive per otto euro.
martedì 25 novembre 2014
Concorrenza "sleale"
Carta e internet. Due mondi dell'informazione antitetici, in concorrenza, ma impari. Mentre per comperare il giornale bisogna uscire di casa, recarsi in edicola e sborsare quasi un euro e mezzo, per leggere un giornale web basta accendere il pc senza sborsare un centesimo. Ma la differenza non sta solo nella gratuità, anzi probabilmente si tratta dell'aspetto meno importante, ci sono anche tanti free press. La discriminante a mio avviso sono i contratti di chi opera per le testate tradizionali e i contratti – o meglio i non contratti – di quanti prestano servizi nei vari giornali online, sebbene regolarmente registrati in tribunale.
Il mio editore infatti mi ha assunto,
contrattualizzato, inquadrato professionalmente per la mansione che
svolgo e per me paga contributi e oneri. Tanti di coloro che invece
lavorano in giornali telematici proseguono a co.co.co., co.co.pro,
partite Iva, nonostante fungano contenmporaneamente da collaboratori,
corrispondenti, redattori, caposervizio, grafici e tipografi. E così
il confronto non regge.
Tutto regolare a quanto pare per
carità, ma non va bene lo stesso. Non capisco infatti perchè un
editore che investe nei media canonici e con esso i suoi dipendenti
debbano sottostare a precise e spesso costose regole, mentre chi
punta sull'informazione virtuale no, pur trattandosi spesso appunto
di organi di stampa registrati in tribunale. E' roba da concorrenza
cinese, con tutto il rispetto per i cinesi e i colleghi dell'online a
cui spesso tutti noi attingiamo per riproporre notizie che corrono in
rete, trovate e scritte proprio da questi colleghi
E non capisco perché il nostro
sindacato su questo tema non sia mai intervenuto: si ridurrebbe il
precariato, si recupererebbero risorse per gli istituti
previdenziali, si garantirebbe finalmente parità di trattamento.
Perché giornalista lo è chi svolge questa professione,
indipendentemente da dove si scriva... Perché il lavoro è reale,
sempre, e anche gli articoli che si scrivono e i servizi che si
propongono.
domenica 23 novembre 2014
Nominano il generale, congedano i soldati
Ragionando con uncollega ho compreso forse perché sia stat nominato direttore editoriale di un noto giornale il dottor Bruno Vespa, di cui non si mette assolutamente in discussione la professionalità né la capacità di trainare le testate che dirigerà dall'1 dicembre fuori dal pantano della crisi dell'informazione cartacea, certamente io non lo faccio. Si ragionava e si pensava con questo collega che magari, dopo anni e anni di collaborazione, abbiano deciso di regolarizzare la sua posizione, nonostante abbia ormai valicato la soglia delle settanta primavere e goda, si presume, di un'appropriata e meritata pensione
Ma c'è chi può e chi non può...
Peccato infatti non siano stati in
qualche modo regolarizzati o stabilizzati quei corrispondenti e quei
redattori con contratto a termine che al contratrio sono rimasti a casa, nonostante gli anni di più che onorato servizio, nonostante
tutti i giorni da lustri contribuiscano in maniera determinante
all'uscita dei del medesimo giornale in edicola, nonostante probabilmente con il
compenso del nuovo direttore editoriale già pensionato si sarebbe
potuto pagare almeno quattro o cinque – per stare basso – dei
loro stipendi.
E così si nomina un nuovo generale, ma senza esercito, perché i soldati, i fanti li si congeda con un semplice “è stato bello, arrivederci”, senza nemmeno un grazie.
Temo pagherò tutto questo, non
importa, non sarebbe la prima volta, è già successo, ma forse è tempo che tutti ci mettano
faccia e chiappe, il nostro di volto, il nostro di sedere. Per provare
almeno a cambiare l'andazzo: le nostre battaglie dobbiamo combatterle
noi per primi.E così si nomina un nuovo generale, ma senza esercito, perché i soldati, i fanti li si congeda con un semplice “è stato bello, arrivederci”, senza nemmeno un grazie.
venerdì 21 novembre 2014
C'è qualcosa che non va...
“C'è qualcosa che non va in questo cielo...” recita una canzone del mitico Blasco Vasco Rossi del 1987.
Già, c'è qualcosa che non va....
Quando in un'azienda editoriale, che conta già quattro direttori e
sei vicedirettori, viene reclutato un nuovo, un altro direttore
editoriale. Non uno qualsiasi, ma uno di calibro nazionale le cui qualità professionali sono indiscusse come la
probabilmente capacità di fungere da traino e da richiamo per la
testata – le testate – che è chiamato a dirigere, ma che
certamente – e giustamente - costerà pure qualcosa in termine
economici. Tutto ciò mentre ai giornalisti di quelle testate vengono
chiesti continui sacrifici, in termini di incombenze e carichi di
lavoro, in termini di perdite occupazionali – cioè di colleghi -,
in termini di continui straordinari quotidiani, come tempo e come
impegno, non retribuiti e nemmeno apprezzati e valorizzati, in
termine di contratto di solidarietà prima e di cassa integrazione
adesso.
C'è qualcosa che non va... Quando in
un'azienda editoriale i giornalisti vengono cacciati o “esodati”
dalla porta principale beneficiando di pensionamenti obbligatori e
prepensionamenti, pagati da tutti i giornalisti e da tutti i
contribuenti - e successivamente questi stessi giornalisti cacciati o
“esodati” vengono fatti entrare dalla finestra per svolgere il
medesimo ruolo e assolvere le medesime incombenze, quando allora li
si sarebbe potuti/dovuti mantenere in pianta organica rispettando la
loro professionalità e la loro importanza e insieme utilizzando
meglio i denari dei colleghi e dei cittadini.
C'è qualcosa che non va... Quando in
un'azienda editoriale si ambisce a diventare il primo gruppo
dell'informazione nazionale, ma nel contempo si decimano i redattori, si falcidiano i corrispondenti, si annichiliscono i collaboratori quasi che le notizie e la qualità
piovessero dal cielo e non siano invece frutto delle capacità di giornalisti di cui ci si vuole disfare.
Che poi non è neanche solo un'azienda editoriale, sono tante, sono troppe, forse tutte.
Che poi non è neanche solo un'azienda editoriale, sono tante, sono troppe, forse tutte.
Già. “C'è qualcosa che non va in
questo cielo... C'è qualcuno che non sa più cosa è un uomo...”
giovedì 20 novembre 2014
Un manifesto politico, sociale e sindacale
I cinesi dell'informazione
Diventare ancora più invisibili per
cercare di apparire, anzi per tentare di dimostrare e mostrare
l'importanza del nostro lavoro. Con i miei colleghi corrispondenti de
Il Giorno stiamo attuando lo sciopero delle firme, per protestare
contro la decisione del nostro editore di non rinnovare il contratto
a quattro di noi dopo anni di impegno e lavoro e di non riconoscere
il loro diritto meritato e acquisito al posto di lavoro. Ma anche per
denunciare i compensi irrisori: da 2,5 a massimo 13-15 euro per ogni
articolo pubblicato sul giornale cartaceo e da 2,5 a 4,5 per sui
portali internet, roba da "cinesi dell'informazione".
Non apporre la firma né la sigla in
calce agli articoli significa palesare visivamente che senza di noi
quegli articoli, quelle notizie, non ci sarebbero, il giornale
sarebbe più povero, la qualità e la puntualità dell'informazione
più scarne, forse nulle. La firma e la sigla per chi svolge la mia,
la nostra professione significano assunzione di responsabilità verso
i lettori di quello che si scrive, ma anche la fatica, l'entusiasmo,
le relazioni, le fonti, i sacrifici, i chilometri, le ore piccole, le
verifiche, gli approfondimenti, le telefonate... che permettono di
scrivere un articolo.
Temo non servirà a nulla, dai vertici
aziendali non abbiamo ricevuto alcun riscontro, nemmeno un
rimprovero, solo indifferenza e silenzio assordante, come se non
esistessimo appunto. Non importa, in tanti hanno compreso e
condiviso, con noi tanti colleghi redattori e anche tanti
collaboratori - loro che un contratto se pur misero e umiliante
nemmeno lo hanno – hanno compiuto la medesima scelta per
solidarietà e ciò rappresenta comunque un importante
riconoscimento.
Di certo non ci arrendiamo, non ci
fermiamo, non abbiamo più nulla da perdere, se non la dignità umana
e professionale da preservare, per noi e per coloro la cui dignità
professionale e umana è già stata calpestata a oltranza.
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