venerdì 2 gennaio 2015

Quelli che la crisi la fanno pagare sempre agli altri

Lo hanno convocato per annunciargli il taglio netto d'ufficio del 20% delle già misere tariffe. O prendere o lasciare. Lui, garbatamente, ha declinato la proposta e si è dimesso, per salvare la dignità umana e professionale che non hanno prezzo. Due amici e colleghi fotoreporter – come lui – per evitare che rimanesse disoccupato hanno deciso di proporre un ulteriore taglio delle loro di tariffe rispetto al 20% imposto anche a loro a patto che la differenza venisse utilizzata per garantire un compenso maggiore a lui. E' successo in un importante gruppo editoriale lombardo, non quello per il quale lavoro io. Quello che è successo segna la differenza tra chi la crisi e gli errori li fa pagare sempre solo a chi lavora – dipendenti e non, come nel caso dei fotografi - e chi, in un sussulto incredibile di solidarietà e umanità, è disposto a rinunciare ulteriormente del proprio per “salvare” un collega, senza clamore.

venerdì 28 novembre 2014

Se questo è un... giornalista

Voi che leggete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate uscendo al mattino
l'edicola e il giornale:
considerate se questo è un giornalista
che lavora nel fango che non conosce ore
che lotta per un articolo
che scrive per otto euro.

martedì 25 novembre 2014

Concorrenza "sleale"


Carta e internet. Due mondi dell'informazione antitetici, in concorrenza, ma impari. Mentre per comperare il giornale bisogna uscire di casa, recarsi in edicola e sborsare quasi un euro e mezzo, per leggere un giornale web basta accendere il pc senza sborsare un centesimo. Ma la differenza non sta solo nella gratuità, anzi probabilmente si tratta dell'aspetto meno importante, ci sono anche tanti free press. La discriminante a mio avviso sono i contratti di chi opera per le testate tradizionali e i contratti – o meglio i non contratti – di quanti prestano servizi nei vari giornali online, sebbene regolarmente registrati in tribunale.
Il mio editore infatti mi ha assunto, contrattualizzato, inquadrato professionalmente per la mansione che svolgo e per me paga contributi e oneri. Tanti di coloro che invece lavorano in giornali telematici proseguono a co.co.co., co.co.pro, partite Iva, nonostante fungano contenmporaneamente da collaboratori, corrispondenti, redattori, caposervizio, grafici e tipografi. E così il confronto non regge.
Tutto regolare a quanto pare per carità, ma non va bene lo stesso. Non capisco infatti perchè un editore che investe nei media canonici e con esso i suoi dipendenti debbano sottostare a precise e spesso costose regole, mentre chi punta sull'informazione virtuale no, pur trattandosi spesso appunto di organi di stampa registrati in tribunale. E' roba da concorrenza cinese, con tutto il rispetto per i cinesi e i colleghi dell'online a cui spesso tutti noi attingiamo per riproporre notizie che corrono in rete, trovate e scritte proprio da questi colleghi
E non capisco perché il nostro sindacato su questo tema non sia mai intervenuto: si ridurrebbe il precariato, si recupererebbero risorse per gli istituti previdenziali, si garantirebbe finalmente parità di trattamento. Perché giornalista lo è chi svolge questa professione, indipendentemente da dove si scriva... Perché il lavoro è reale, sempre, e anche gli articoli che si scrivono e i servizi che si propongono.

domenica 23 novembre 2014

Nominano il generale, congedano i soldati


Ragionando con uncollega ho compreso forse perché sia stat nominato direttore editoriale di un noto giornale il dottor Bruno Vespa, di cui non si mette assolutamente in discussione la professionalità né la capacità di trainare le testate che dirigerà dall'1 dicembre fuori dal pantano della crisi dell'informazione cartacea, certamente io non lo faccio. Si ragionava e si pensava con questo collega che magari, dopo anni e anni di collaborazione, abbiano deciso di regolarizzare la sua posizione, nonostante abbia ormai valicato la soglia delle settanta primavere e goda, si presume, di un'appropriata e meritata pensione
Ma c'è chi può e chi non può...
Peccato infatti non siano stati in qualche modo regolarizzati o stabilizzati quei corrispondenti e quei redattori con contratto a termine che al contratrio sono rimasti a casa, nonostante gli anni di più che onorato servizio, nonostante tutti i giorni da lustri contribuiscano in maniera determinante all'uscita dei del medesimo giornale in edicola, nonostante probabilmente con il compenso del nuovo direttore editoriale già pensionato si sarebbe potuto pagare almeno quattro o cinque – per stare basso – dei loro stipendi.
E così si nomina un nuovo generale, ma senza esercito, perché i soldati, i fanti li si congeda con un semplice “è stato bello, arrivederci”, senza nemmeno un grazie.
Temo pagherò tutto questo, non importa, non sarebbe la prima volta, è già successo, ma forse è tempo che tutti ci mettano faccia e chiappe, il nostro di volto, il nostro di sedere. Per provare almeno a cambiare l'andazzo: le nostre battaglie dobbiamo combatterle noi per primi.

venerdì 21 novembre 2014

C'è qualcosa che non va...


“C'è qualcosa che non va in questo cielo...” recita una canzone del mitico Blasco Vasco Rossi del 1987.
Già, c'è qualcosa che non va.... Quando in un'azienda editoriale, che conta già quattro direttori e sei vicedirettori, viene reclutato un nuovo, un altro direttore editoriale. Non uno qualsiasi, ma uno di calibro nazionale le cui qualità professionali sono indiscusse come la probabilmente capacità di fungere da traino e da richiamo per la testata – le testate – che è chiamato a dirigere, ma che certamente – e giustamente - costerà pure qualcosa in termine economici. Tutto ciò mentre ai giornalisti di quelle testate vengono chiesti continui sacrifici, in termini di incombenze e carichi di lavoro, in termini di perdite occupazionali – cioè di colleghi -, in termini di continui straordinari quotidiani, come tempo e come impegno, non retribuiti e nemmeno apprezzati e valorizzati, in termine di contratto di solidarietà prima e di cassa integrazione adesso.
C'è qualcosa che non va... Quando in un'azienda editoriale i giornalisti vengono cacciati o “esodati” dalla porta principale beneficiando di pensionamenti obbligatori e prepensionamenti, pagati da tutti i giornalisti e da tutti i contribuenti - e successivamente questi stessi giornalisti cacciati o “esodati” vengono fatti entrare dalla finestra per svolgere il medesimo ruolo e assolvere le medesime incombenze, quando allora li si sarebbe potuti/dovuti mantenere in pianta organica rispettando la loro professionalità e la loro importanza e insieme utilizzando meglio i denari dei colleghi e dei cittadini.
C'è qualcosa che non va... Quando in un'azienda editoriale si ambisce a diventare il primo gruppo dell'informazione nazionale, ma nel contempo si decimano i redattori, si falcidiano i corrispondenti, si annichiliscono i collaboratori quasi che le notizie e la qualità piovessero dal cielo e non siano invece frutto delle capacità di giornalisti di cui ci si vuole disfare.
Che poi non è neanche solo un'azienda editoriale, sono tante, sono troppe, forse tutte.
Già. “C'è qualcosa che non va in questo cielo... C'è qualcuno che non sa più cosa è un uomo...”


giovedì 20 novembre 2014

Un manifesto politico, sociale e sindacale



Non si può che condividere e apprezzare. Quanto espresso da Papa Francesco è un vero e proprio manifesto politico, sociale, anche sindacale

I cinesi dell'informazione

Diventare ancora più invisibili per cercare di apparire, anzi per tentare di dimostrare e mostrare l'importanza del nostro lavoro. Con i miei colleghi corrispondenti de Il Giorno stiamo attuando lo sciopero delle firme, per protestare contro la decisione del nostro editore di non rinnovare il contratto a quattro di noi dopo anni di impegno e lavoro e di non riconoscere il loro diritto meritato e acquisito al posto di lavoro. Ma anche per denunciare i compensi irrisori: da 2,5 a massimo 13-15 euro per ogni articolo pubblicato sul giornale cartaceo e da 2,5 a 4,5 per sui portali internet, roba da "cinesi dell'informazione".
Non apporre la firma né la sigla in calce agli articoli significa palesare visivamente che senza di noi quegli articoli, quelle notizie, non ci sarebbero, il giornale sarebbe più povero, la qualità e la puntualità dell'informazione più scarne, forse nulle. La firma e la sigla per chi svolge la mia, la nostra professione significano assunzione di responsabilità verso i lettori di quello che si scrive, ma anche la fatica, l'entusiasmo, le relazioni, le fonti, i sacrifici, i chilometri, le ore piccole, le verifiche, gli approfondimenti, le telefonate... che permettono di scrivere un articolo.
Temo non servirà a nulla, dai vertici aziendali non abbiamo ricevuto alcun riscontro, nemmeno un rimprovero, solo indifferenza e silenzio assordante, come se non esistessimo appunto. Non importa, in tanti hanno compreso e condiviso, con noi tanti colleghi redattori e anche tanti collaboratori - loro che un contratto se pur misero e umiliante nemmeno lo hanno – hanno compiuto la medesima scelta per solidarietà e ciò rappresenta comunque un importante riconoscimento.
Di certo non ci arrendiamo, non ci fermiamo, non abbiamo più nulla da perdere, se non la dignità umana e professionale da preservare, per noi e per coloro la cui dignità professionale e umana è già stata calpestata a oltranza.